La
Tela di Penelope
di Giancarlo Melis
Premessa
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Schliemann, prendendo a guida solo
i testi dell’Iliade e dell’Odissea, avversato dalla
cultura ufficiale del suo tempo, scoprì Troia,
la reggia di Micene ed altro ancora, aprendo così
un capitolo nuovo nella storia delle prime civiltà
mediterranee.
Omero
I poemi omerici, dopo Schliemann ,
non sono stati più considerati un insieme di
leggende o racconti mitologici tramandati da popoli
impregnati di religiose superstizioni., Egli è
riuscito a redigere se non un certificato di nascita,
per Ulisse ed i suoi compagni, almeno quello di esistenza
in vita. Da allora nessuno ha più messo in dubbio
la loro identità, anzi si sono moltiplicati gli
sforzi e i tentativi di tutti coloro che hanno cercato
di collocare geograficamente i luoghi del tragitto percorso
da Ulisse per ritornare alla sua Itaca.
Mi sono chiesto spesso se qualche lettore dell’Odissea
si è posto degli interrogativi in merito alle
caratteristiche “costante e luminoso” ripetutamente
attribuite ad Odisseo, che paiono fuori luogo associate
ad un uomo seppur eroe. Sappiamo che le cose più
segrete quasi sempre vengono nascoste in messaggi elementari,
luoghi talmente visibili e a portata di mano che malgrado
evidenti indizi non si riesce a cogliere l’intimità
del messaggio. L’Iliade e in particolare l’Odissea però,
se letti con un codice interpretativo diverso dalla
filologia classica, appaiono ricchi di significati culturali
e scientifici inimmaginabili.
Il pastore Alliku conosceva quelle terre brulle, quei
profumi, colori e suoni, la luce tenue del sorgere del
sole e i tramonti di fuoco; conosceva come le sue tasche
l’altopiano di Pranu Muteddu, sopra il paese di Ballao
(dedicato a Baal). Una vista di falco la sua, allenata
a scrutare gli orizzonti nel seguire il suo gregge.
Quella sera Alliku inciampò per la seconda volta
in poco tempo in un oggetto che spuntava dal terreno.
Chinatosi per osservare meglio tra gli arbusti, e liberato
un po’ di terriccio attorno all’oggetto, intravide un
pezzo di tronco fortemente conficcato che sporgeva dal
suolo. Stava scendendo la sera, i contorni e i colori
quasi indistinti, ma qualcosa di quell’oggetto gli sembrava
familiare, non perché lui stesso l’avesse visto
altre volte, forse qualcuno gliene aveva parlato, si
chinò nuovamente e con il palmo della mano ne
prese la misura. Venti. Pensieroso la ripeteva, venti,
venti, cercando di trovare nei suoi ricordi un nesso
qualunque. Ormai era quasi buio, stava pensando di ritornarci
l’indomani per osservare l’oggetto alla luce del sole,
poi, vista la stagione calda e il posto gradevole per
trascorrervi la notte, decise di dormire nella radura
di quell’altipiano. Sdraiato al suolo vide man mano
il cielo riempirsi dei suoi abitanti, pianeti e stelle,
che liberi navigavano in quel grande mare. Si addormentò
tranquillo ma il pensiero di ciò che la sua mente
aveva intravisto la sera prima lo svegliò che
era ancora notte, così, pensieroso, cercò
nel cielo i pianeti scoprendoli ad uno ad uno. Facevano
un bel gruppo quei naviganti guidati nel loro peregrinare
da Giove il più grande e luminoso. Ecco di nuovo
quel numero nella mente; venti. Stava per sorgere il
Sole che con il suo disco dorato faceva scomparire gli
abitanti del cielo, sembrava il Ciclope, gigante dall’unico
grande occhio, che man mano si mangiava i compagni di
……, voleva dire Ulisse ma il nome che pronunciò
fu Giove. Quasi folgorato e spaurito da ciò che
aveva appena detto si alzò in piedi preso da
una grande agitazione, no, non è possibile si
diceva tra se e se, bisognava trovare una giustificazione,
una soluzione. Sedutosi per terra cercò di ritrovare
la calma e di riflettere; mettiamo un po d’ordine nei
pensieri, si diceva, prima di passare a tutte le implicazioni
conseguenti. L’antro del Ciclope/Sole inconsapevolmente
l’aveva individuato nella durata del giorno, di conseguenza
Ulisse/Giove e i suoi compagni potevano sfuggire al
gigante solo quando un lungo tronco l’avesse accecato
facendo giungere la notte. Il Ciclope non aveva mentito.
Essendo un Dio non poteva mentire e incolpare Ulisse,
non poteva nemmeno dare un nome al tronco immaginario
che attraversa la Terra e attorno al quale essa ruota
determinando l’alternarsi del giorno e della notte.
Ai compagni che lo interrogavano doveva forzatamente
rispondere Nessuno. Bisognava dimostrare ora non solo
che Giove/Ulisse era veramente chi affermava di essere,
ma anche che Penelope/Saturno era la sposa che avrebbe
raggiunto solo dopo venti lunghi anni.
Non avrei potuto scrivere queste
considerazioni se non avessi letto il libro “Il mulino
di Amleto” di Giorgio de Santillana e di Hertha von
Deschend. Un saggio sul mito e sulla struttura del tempo.
Dalla lettura del saggio si desumono tre regole elementari:
Gli animali sono stelle o costellazioni, i pianeti sono
Dei, i riferimenti topografici sono metafore per indicare
le posizioni nel cielo dei pianeti stessi o del Sole
o della Luna. Pertanto le isole degli dei sono le loro
orbite o il luogo in cui avvengono le congiunzioni.
L’idea base conduttrice del libro è che il mito
rappresenta un linguaggio tecnico per registrare e trasmettere
le date temporali (il quando) di avvenimenti storici,
quali battaglie, scoperte, attraverso la descrizione
del concomitante fenomeno astronomico riferito al “momento”
precessionale degli equinozi in ciascuno spostamento
di 30 gradi (pari ad un periodo di 2160 anni).

Michelangelo
- Il Mosé con le corna, simbolo del passaggio
dall'età del Toro all'età dell'Ariete.
Questo spazio temporale dai popoli di origine nordica
era visto in maniera triangolare, come l’isola di Trinacria
nell’Odissea, suddiviso in tre “stagioni di 720 anni”
(ciascuna pari ad uno spostamento equinoziale di 10
gradi), da altre popolazioni stanziate a latitudini
più vicine ai tropici era immaginato come quadrangolare
e suddiviso in quattro “stagioni” di 540 anni.

Il mito
corrispondente a trasmettere questa conoscenza
astronomica é quello dell’Araba Fenice.
Periodi tanto lunghi venivano scanditi
però da altri orologi a pendolo celesti quali
i periodi di rivoluzione dei pianeti visibili ad occhio
nudo, in particolare di Giove e Saturno e dalla loro
costante congiunzione ventennale.
Da Keplero ….. La congiunzione
di Giove e Saturno ricorre ogni venti anni.
Ulisse "Ebbene, sono in casa, io
in persona; e dopo aver sofferto molti affanni, giunsi
dopo venti anni alla mia terra nativa".
(Vedi anche Libro II versi 170-177; Libro XIX – versi
220-224)
Rispose il ricco di consigli Ulisse:
«Vigesim'anno è omai ch'egli da Creta
Si drizzò a Troia, e il favellare, o donna,
Di sì antica stagion duro mi sembra.
Giove: Il tempo impiegato a compiere una
intera rivoluzione intorno al Sole (l’anno di Giove)
dura quasi 12 anni dei nostri (11 anni più 10
mesi, 17 giorni)
Ulisse: (Libro XX versi 102-122; …….è
l’ultima sera prima del confronto decisivo. Ulisse prega
Zeus di mandarli un segno di incoraggiamento prima della
grande prova: Zeus l’udì e subito dall’alto dell’Olimpo
splendente tuonò … si rallegrò il caro
Ulisse. Il presagio lo disse in casa una donna alla
mola li presso, dove il pastore dei popoli aveva le
macine. Vi lavoravano in tutto dodici donne per fare
farina di orzo e grano, midollo degli uomini: Le altre,
macinato il frumento, dormivano, ma quell’una (l’ultima)
non aveva cessato, era di fibra meno durevole (leggi
come temporalmente più breve); costei, arrestata
la mola, parlò ………
Alzossi, e il manto
E i cuoi, tra cui giacea, raccolse e pose
Sovra una sedia, e la bovina pelle
Fuor portò del palagio. Indi, levate
Le mani, a Giove supplicava: «O Giove
Padre e dèi tutti, che per terra e mare
Me dopo tanti affanni al patrio nido
Riconduceste, un lieto augurio in bocca
Mettete ad un di quei che nell'interno
Végghiano; e all'aria aperta un tuo prodigio
Giove, mi mostra». Così orando, disse.
Udillo il sommo Giove, e incontanente
Dal sublime tonò lucido Olimpo
E l'eroe giubilonne. Al tempo istesso
Donna, che il grano macinava, detti
Presàghi gli mandò, donde non lungi
Del pastor delle genti eran le mole,
Dodici donne con assidua cura
Giravan ciascun dì dodici mole
E in bianca polve que' frumenti ed orzi
Riducean, che dell'uom son forza e vita.
Le altre dormìan dopo il travaglio grave:
Ma quella, cui reggean manco le braccia,
Compiuto non l'avea. Costei la mola
Fermò di botto, e feo volar tai voci,
Che segnale al re fûro: «O padre Giove,
Degli uomini signore e degli dèi,
Forte tonasti dall'eterea volta,
E non v'ha nube. Tal portento è al certo
Per alcun de' mortali. Ah! le preghiere
Anco di me infelice adempi, o padre;
Cessi quest'oggi nella bella sala
Il disonesto pasteggiar de' proci,
Che di fatica m'hanno e di tristezza
Presso un grave macigno omai consunta.
L'ultimo sia de' lor banchetti questo!»
Giove
….. esiste poi la “grande macchia rossa”, situata nell’emisfero
australe ai limiti della fascia tropicale. Ha una lunghezza
di 45.000 km ed una larghezza di 15.000 km con una forma
ovoidale disposta nel senso dell’equatore. Il suo colore,
di un bel rosso mattone, va sempre più affievolendosi,
ma subisce talora dei bruschi ritorni verso la tonalità
di carminio e di rosa carminio. Unici elementi permanenti
della macchia rossa sono la grandezza e la forma particolare.
Cambia progressivamente di posto in quanto appare animata
da una velocità superiore a quella degli elementi
che la circondano…..
Ulisse
…….. il cinghiale gli si avventò alle ginocchia
e con il dente, assalendolo di fianco, gli lacerò
per un gran tratto la carne….. (Euriclea riconosce Ulisse
per la grande cicatrice color vermiglio)
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| La scoperta dell’anello
di Saturno è legata al nome di Galilei,
il quale nel 1610 vide ai lati del disco due appendici
luminose. Osservato nuovamente due anni dopo,
Saturno apparve a Galilei come un semplice disco
con due piccole gobbe ai lati. |
Saturno
……. nei periodi intermedi, quando dalla posizione più
lontana dell’orbita si porta in quella più vicina
(posizioni equinoziali), gli anelli si presentano di
taglio, ed essendo molto sottili (spessi soltanto 3
Km), pur dispiegandosi per 275.000 chilometri, sfuggono
all’osservazione con strumenti modesti. In quei periodi
sembra che Saturno abbia due escrescenze pressoché
simmetriche, da un lato e dall’altro del disco. Saturno,
è ben osservabile ad occhio nudo, da sempre,
anche nell’antichità, è considerato il
gioiello del sistema solare, impiega quasi 30 anni (29,5
anni) a compiere un’intera orbita intorno al Sole. I
suoi anelli hanno una certa inclinazione rispetto al
piano dell’orbita; cosi durante il movimento Saturno
ne mostra per qualche anno la superficie superiore e
per qualche hanno quella inferiore (posizioni solstiziali);
……. Ogni stagione dura 7 anni terrestri.
…….. Ogni 14 anni e 9 mesi accade un fenomeno curioso:
la Terra viene a trovarsi esattamente sullo stesso piano
degli anelli in modo che questi diventano invisibili
per la loro sottigliezza.
Penelope
…… quando scende le scale dalle alte stanze, accompagnata
da due ancelle ……
Nelle superne vedovili stanze
Penelope, d'Icario la prudente
Figlia, raccolse il divin canto, e scese
Per l'alte scale al basso, e non già sola,
Ché due seguìanla vereconde ancelle.
Penelope
…… dalle stanze superiori scese giù per la lunga
scala della sua casa, non sola, ma insieme con lei andavano
due ancelle ……, e ciascuna delle due sollecite ancelle
le stava a fianco..…
Penelope (Libro XIX
versi 137-161)
…… O giovanotti miei pretendenti, giacché morì
il divino Ulisse, voi che avete fretta di giungere alle
mie nozze, aspettate tanto che io abbia finito di lavorare
questo panno funebre per l’eroe di Laerte …… così
diceva e riuscì a persuadere il nostro animo
altero. Ebbene, essa durante il giorno tesseva e tesseva
la sua grande tela, ma di notte la disfaceva, poiché
si era fatto mettere delle fiaccole accanto. In tal
modo per tre anni faceva di soppiatto il suo inganno
e teneva a bada gli Achei. ….
Penelope
…… Sono ormai tre anni, e fra poco verrà il quarto,
da che essa va ingannando l’animo in seno agli Achei,
… essa escogitò nella sua mente quest’inganno:
Piantò un grande telaio e cominciò a tessere
nella sua casa una tela sottile e assai larga …
(Vedi libro II, versi 88-110)
Sette anni per tessere la tela, sette
anni per scioglierla (dopo quasi quattro anni dall’inizio
della stagione i segni sono ormai ben visibili e non
possono essere più ignorati/nascosti).
Ulisse
……. Intanto si svegliò il divo Ulisse dormente
sul suolo nativo, e neppure lo riconobbe, assente com’era
già da gran tempo, perché gli aveva sparso
intorno una nebbia la dea, Pallade Atena figlia di Zeus
….
Saturno
…….. è attraversato talvolta da strisce grigio
brunastre variabili con il tempo, simili a nubi (nebbia),
particolarmente visibili nelle regioni equatoriali,
alle quali a grandi intervalli di tempo si aggiungono
macchie bianche che si formano nell’atmosfera. ……..
il pianeta ha un colore giallastro, dovuto alle nubi
che lo ricoprono.
Libro XIX versi 136-156
Io mi consumo, sospirando Ulisse.
Quei m'affrettano intanto all'abborrito
Passo, ed io contra lor d'inganni m'armo.
Pria grande a oprar tela sottile, immensa,
Nelle mie stanze, come un dio spirommi,
Mi diedi, e ai proci incontanente io dissi:
"Giovani, amanti miei, tanto vi piaccia,
Quando già Ulisse tra i defunti scese,
Le mie nozze indugiar, ch'io questo possa
Lugubre ammanto per l'eroe Laerte,
Acciocchè a me non pêra il vano stame,
Prima fornir, che l'inclemente Parca
Di lunghi sonni apportatrice il colga.
Non vo' che alcuna delle Achee mi morda,
Se ad uom, che tanto avea d'arredi vivo,
Fallisse un drappo, in cui giacersi estinto".
A questi detti s'acchetâro. Intanto
Io, finché il dì splendea, l'insigne tela
Tesseva, e poi la distessea la notte,
Di mute faci alla propizia fiamma.
Un trïennio così l'accorgimento
Sfuggii degli Achei tutti, e fede ottenni.
Ma, giuntomi il quarto anno, e le stagioni
Tornate in sé con lo scader de' mesi,
E de' celeri dì compiuto il giro,
Côlta da proci, per viltà di donne
Nulla di me curanti, alla sprovvista,
E gravemente improverata, il drappo
Condurre al termin suo dovei per forza.
Penelope …… Libro XXI
– La prova dell’arco.
Ella salì su per l’alta scala della sua casa,
e prese una ben levigata chiave, magnifica, di bronzo
con un manico d’avorio, nella palma della mano; e si
avviò per andare con le giovani ancelle al talamo
più lontano, dove erano riposti i tesori del
sovrano, bronzo e rame e ferro molto lavorato. Ed ivi
giaceva un arco ritorto e una faretra piena di dardi,
che dentro aveva molte saette dolorose. …..
…… E il divino Ulisse non lo prendeva mai con sé
andando alla guerra sopra le nere navi, ma esso rimaneva
li riposto in casa come ricordo di un ospite caro, ed
egli lo portava solo quando era in patria. (Libro XXI
versi 38-41)
Appunto essa andò allora a quel
talamo … ed essa …. Sporgendosi in su, distaccò
da un chiodo l’arco con tutto il fodero luminoso
che lo avvolgeva. Poi messasi a sedere, l’appoggiò
sulle ginocchia, e piangeva con alte grida mentre tirava
fuori l’arco del suo signore.
Quest'arco Ulisse, allorché
in negra nave
Alle dure traea belliche prove,
Nol togliea mai; ma per memoria eterna
Del caro amico alla parete appeso
Lasciar solealo, e sol gravarne il
dosso
Nell'isola natìa gli era diletto.
Come pervenne alla secreta stanza
L'egregia donna, e il limitar di quercia
Salì construtto a squadra e ripolito
Da fabbro industre, che adattòvvi ancora
Le imposte ferme e le lucenti porte,
Tosto la fune dell'anello sciolse,
E introdusse la chiave, ed i serrami
Respinse: un rimugghiar come di tauro,
Che di rauco boato empie la valle
S'udì, quando le porte a lei s'aprîro.
Ella montò su l'elevato palco,
Dove giaceano alle bell'arche in grembo
Le profumate vesti, e, distendendo
Quindi la man, dalla cavicchia l'arco
Con tutta distaccò la luminosa
Vagina, entro cui stava. Indi s'assise;
E quel posato su le sue ginocchia,
Ne' pianti dava e ne' lamenti: al fine
Dalla custodia sua l'arco fuor trasse.
Ma il Laerzìade, come tutto l'ebbe
Ponderato e osservato a parte a parte,
Qual perito cantor, che, le ben torte
Minuge avvinte d'una sua novella
Cetera ad ambo i lati, agevolmente
Tira, volgendo il bìschero, la corda:
Tale il grande arco senza sforzo tese.
Poi saggio far volle del nervo: aperse
La mano, e il nervo mandò un suono acuto,
Qual di garrula irondine è la voce.
Gran duolo i proci ne sentiro, e in volto
Trascoloraro; e con aperti segni
Fortemente tonò Giove dall'alto.
Gioì l'eroe, che di Saturno il figlio,
Di Saturno, che obliqui ha pensamenti,
Gli dimostrasse il suo favor dal cielo;
E un aligero stral, che su la mensa
Risplendea, tolse: tutte l'altre frecce,
Che gli Achivi assaggiar dovean tra poco,
In sé chiudeale il concavo turcasso.
(Libro XXI versi 404-414)
Nell'Odissea vi è un grande
messaggio scientifico criptato mitologicamente che indica
le caratteristiche dei pianeti Giove e Saturno, il costante
periodo della loro congiunzione e in particolare la
congiunzione numero 108 (il numero dei pretendenti di
Penelope) che chiudeva dopo 2160 (20 anni per 108 Proci)
una età del mondo, con la distruzione di Ilio
(l'Isola del Sole). Il viaggio di Ulisse indica solamente
il momento finale della chiusura di uno spazio/tempo,
lo spostamento di 30 gradi nella precessione degli equinozi.
Come ai tempi di Galileo, anche in Grecia nel periodo
di Omero, gli astronomi/sacerdoti, cioè chi veramente
sapeva, nel trasmettere conoscenze scientifiche, per
evitare accuse di eretismo o di diavolerie, utilizzava
un linguaggio criptato eroicizzando gli antichi Dei
perché ormai venivano chiamati con nuovi nomi.
Anche la fine dell’Età dell’Ariete e l’inizio
di quella dei Pesci è stata trasmessa con un
racconto criptato per adattarlo sia alla volontà
di chi gestiva il Potere, sia al diffuso sentimento
religioso dei comuni mortali.

Il tradimento di Giuda per 30
denari (gradi) avvenne nel bosco degli ulivi, sul lato
Est del tempio di Gerusalemme.
vai al racconto
"Sole Luna
Nuraghi"