|
Che cos’è l’Ironman? Certo
molto più che una semplice gara di nuoto,
bicicletta e corsa, perché non è
nata per essere tale. Chi l’ha ideata voleva proporre
una scommesa, una sfida. E da allora, dal 1978,
ogni triatleta che vi si iscrive è come
se accettasse quella scommessa, mettendo se stesso
e le proprie capacità come posta in palio.
Una sfida, dunque, su un percorso
molto più lungo delle 2,4 miglia di nuoto,
112 di ciclismo (senza scia, si badi bene) e 26,2
di corsa, per dirlo con l’unità di misura
originaria, da noi trasformata in 3,8, 180 e 42,195
km. Molti di più occorre percorrerne in
allenamento per arrivare preparati al via, per
tuffarsi nell’acqua, tra gli aspiranti, in quella
schiuma che ribolle di paura, eccitazione, orgoglio.
Credevo che, dopo aver tagliato
il traguardo dell’Ironman due anni fa, nell’incredibile
scenario del Romerberg di Francoforte, non avrei
saputo più provare quelle emozioni. La
seconda volta non è uguale alla prima,
me ne sono accorto nei lunghi mesi di una preparazione
meno convinta, meno motivata, meno scrupolosa
della precedente.
La distanza va sempre rispettata,
d’accordo, ma non c’è più quel sacro
terrore, non la paura di non avere le risorse
per compiere una simile distanza. In Germania
avevo chiuso in buone condizioni generali, senza
soffrire oltre il lecito, pur faticando come è
normale che sia. Ho finito per presentarmi al
castello inglese di Sherborne, quartier generale
della prima edizione dell’Ironman Uk con meno
motivazioni, meno chilometri fatti e più
problemi. Senza grandi ambizioni, se non quella
di tagliare ancora il traguardo.
Il momento peggiore è stato poco prima
di entrare nel torbido laghetto del parco, indegno
palcoscenico per il nuoto di una gara tanto importante.
Due ore e venti minuti di ritardo dovuto alla
nebbia hanno contribuito a scaricare la tensione
e aumentare l’angoscia, la voglia di scappare
via, di mollare tutto. Cosa che, fortunatamente,
non è possibile fare. E dopo la sirena
di partenza tutto assume un altro significato.

Comincia allora il lento lavoro di far trascorrere
il tempo, in un continuo controllo della situazione.
Come il pilota di un aereo, che non deve stare
attento al traffico o ai semafori, ma vigila costantemente
sugli strumenti, così il triatleta cerca
sempre di tenersi in assetto da crociera, in equilibrio
tra una velocità adeguatamente elevata
e un dispendio di energie tale da arrivare al
traguardo. C’è da fare bene gli adempimenti
tecnici, le transizioni, la guida della bici che,
su un percorso nervoso e vallonato come quello
inglese, prevede continui cambi di posizione e
di rapporto; c’è da svestire e indossare
i capi e gli accessori per le varie frazioni,
da riporre con cura nelle borse in zona cambio;
c’è da mangiare e bere per sostenersi fino
alla fine; c’è, soprattutto, da tenere
la mente sveglia e rilassata al tempo stesso,
attenta ma non troppo impegnata, perché
dodici ore passano lente, terribilmente lente.
Eppure passano: è un esercizio di pazienza,
di attesa. Basta non fermarsi e, prima o poi,
lo striscione d’arrivo ti arriverà sopra
la testa.

La gente a bordo strada applaude
e incoraggia tutti e ogni incitamento è
come una ventata di aria fresca in faccia. Poi,
lentamente, tutto comincia a spegnersi. La strada
si fa più tortuosa, i chilometri più
lenti. Le voci esterne sono meno forti, mentre
prepotentemente sale il volume dei tuoi pensieri,
dei tuoi muscoli che si lamentano, reclamano quel
diritto al riposo che la mente si ostina a negare.
Comincia una lotta furibonda, su un campo di battaglia
- il tuo corpo - sempre più straziato e
sofferente. Più i muscoli fanno male, più
la stancheza diventa fatica, la fatica sofferenza,
la sofferenza dolore. La mente deve urlare per
farsi sentire, per farsi rispettare. Fino a convincere
i muscoli che possono farcela, fino a ricevere,
nel finale, la convinta risposta di tutto l’organismo,
galvanizzato dalla vista del traguardo. Che non
manca di ricompensanti con un torrente di gioia
allo stato liquido, impossibile da descrivere.
Che cos’è allora, davvero,l’Ironman? L’Ironman
è quella distanza - in una strada lunga
226 chilometri - che resta da percorrere quando
nel tuo corpo non è rimasta più
altra risorsa se non quelle mentali. Per questo
è e resterà la gara più bella
del mondo.
|